Eleganza misurata

«Quando un’opera pecca in eleganza, il fatto che risponda alla necessità è cosa di scarsissimo peso, e che soddisfi alla comodità non appaga sufficientemente.»
In De re aedificatoria, Leon Battista Alberti, architetto ed esponente tra i più poliedrici dell’Umanesimo italiano, individua nella piena sinergia di tre variabili – eleganza, necessità, comodità – l’equazione perfetta per un armonioso ordine architettonico.
Ripensando alla nascita dello shopping mall, negli anni Cinquanta il formato sembra affermarsi proprio per soddisfare questi tre elementi: alla comodità di uno spazio che raccoglie funzionalità diverse all’interno dello stesso perimetro extraurbano, la dimensione emotiva completa la spinta progettuale del luogo.

L’eleganza di cui parla Alberti, infatti, non è che la risposta chiara e diretta dell’architettura alle aspettative umane, al benessere delle persone, è la capacità di plasmare l’identità collettiva, di creare significati affinché uno spazio di vita non perda senso.

Reinserire nel circuito dei parametri di misurazione della bontà di un luogo anche l’eleganza crea un paradigma in cui necessità e comodità non ne risolvono il successo, se non accompagnati da una risposta ai bisogni più profondi dell’essere umano.
L’architettura deve dare vita a luoghi pensati per le persone, e permetterne l’incontro, lo sviluppo di ritualità e immaginazione. L’equazione albertiana come ricetta di successo sembra quindi suggerire che, per affrontare la fase di assopimento del mondo Retail in cui siamo immersi, bisognerebbe superare la tendenza attuale all’innovazione del singolo retailer o negozio, per adottare una visione più larga, che consideri il formato nella sua interezza e l’essere umano nella sua essenza.

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